Articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: l’attacco a un bene come forma di espressione

Merita una segnalazione la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo pronunciata il 21 ottobre 2014 nel caso Murat Vural c. Turchia (n° 9540/07).

Nel caso esaminato dalla Corte il ricorrente era stato riconosciuto colpevole di una violazione della legge sulle infrazioni contro Atatürk (legge n° 5816) per aver versato della pittura su cinque statue di Kemal Atatürk in segno di protesta contro l’ideologia kemalista, ed era stato condannato ad una pena superiore a tredici anni di reclusione.

Facendo valere l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il ricorrente si doleva della severità della pena che gli era stata irrogata per aver espresso le proprie opinioni.

La Corte, pur riconoscendo l’emblematicità della figura di Atatürk nella Turchia moderna, ha concluso che l’atto rimproverato al ricorrente non poteva giustificare una pena di tale severità. Essa ha aggiunto che forme di espressione pacifiche e non violente non dovrebbero essere esposte alla minaccia di una pena detentiva. Se è vero che l’atto del ricorrente si è tradotto in un attacco fisico ad un bene – per cui l’elemento della violenza non vi era del tutto estraneo – la Corte ha tuttavia considerato che l’atto non era sufficientemente grave per giustificare l’applicazione della pena detentiva prevista dalla legge n° 5816.

La decisione è anche degna di interesse in quanto la Corte conclude che il comportamento del ricorrente equivale ad un discorso simbolico o ad una “condotta espressiva” che beneficia della protezione dell’articolo 10 della Convenzione. Dato che dal punto di vista oggettivo questo comportamento deve essere considerato come una forma di espressione, la Corte conclude che in realtà il ricorrente non è stato condannato per vandalismo, ma per l’insulto alla memoria di Kemal Atatürk.