Accordo USA-Cina sulle emissioni di gas serra

L’11 novembre, a margine dell’APEC Leaders’ Meeting di Pechino, il Presidente USA Barack Obama e il Presidente cinese Xi Jinping hanno annunciato, nel corso di una conferenza stampa congiunta, il raggiungimento di un’intesa sulla riduzione delle emissioni di gas serra nei rispettivi paesi, oggi di gran lunga i maggiori produttori di C02 al mondo. Gli USA si impegnano a ridurre le proprie emissioni di C02 tra il 26 e il 28 per cento entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005, mentre il Presidente cinese si è detto pronto a stabilire un limite massimo (peak) di emissioni entro il 2030, senza però quantificarlo, e ad aumentare la produzione di energia da fonti non fossili in modo che quest’ultima, entro i prossimi 15 anni, rappresenti il 20% della produzione energetica nazionale complessiva.

L’intesa ha la forma di una dichiarazione di intenti; difficilmente sarebbe stato possibile andare oltre, considerato che i trattati internazionali negli USA richiedono l’approvazione della maggioranza qualificata del Senato, maggioranza che Obama non possiede e che i repubblicani difficilmente gli avrebbero concesso. Tanto è vero che il nuovo leader dei repubblicani al Senato, Mitch McConnel, si è affrettato a giudicare il patto di Pechino “non realistico” [1].

Nonostante l’enfasi posta dalla stampa internazionale sull’intesa tra Obama e Xi Jinping, l’analisi dei dati fornisce un’interpretazione differente sul reale impatto della stessa. Innanzitutto, va rilevata un’asimmetria nei target: dal lato americano, infatti, si fa riferimento ai livelli di CO2, mentre da quello cinese il picco di emissioni non si quantifica, preferendo focalizzarsi sulla diversificazione delle fonti energetiche. Inoltre, mentre l’obiettivo americano è piuttosto ambizioso poiché, di fatto, raddoppia lo sforzo programmato di riduzione delle emissioni di gas serra, l’impegno cinese è costruito su elementi già noti. Nello specifico, la Cina aveva già previsto da tempo di portare la quota di produzione nucleare al 10% del totale della produzione energetica nazionale, e quella delle fonti rinnovabili all’11-12%. Nei piani di Pechino, dunque, l’obiettivo del 20% previsto dall’accordo dell’11 novembre era già pianificato [2]. In sostanza, la Cina non ha di fatto dovuto modificare alcunché della proprio politica energetica per aderire all’accordo con gli Stati Uniti, e anzi si è mantenuta su stime di cautela [3].

L’annuncio dei due maggiori inquinatori mondiali è comunque di buon auspicio, e può agire da propulsore nei negoziati per il nuovo accordo globale sul clima, in discussione il prossimo anno a Parigi nell’ambito della United Nations Climate Change Conference. Quest’ultima si pone l’obiettivo di raggiungere un’intesa globale che impegni i singoli Stati partecipanti ad adottare misure complessivamente in grado di contenere l’incremento della temperatura mondiale entro i 2 gradi celsius oltre i livelli pre-industriali. L’intesa tra Pechino e Washington segue l’impegno preso l’ottobre scorso dagli Stati membri dell’UE per una riduzione entro il 2030 delle emissioni di gas serra del 40% rispetto ai livelli del 1990 (2030 framework for climate and energy policies).

Malgrado la notizia dell’accordo Cina – Stati Uniti abbia avuto vasto eco nell’opinione pubblica, la vera novità dell’APEC Leaders’ Meeting di Pechino è rappresentata dall’avanzamento nei negoziati sull’Area di libero scambio dell’Asia-Pacifico (Free-Trade Area of the Asia-Pacific, FTAAP). Il rilancio del progetto FTAAP, proposto per la prima volta in ambito APEC nel 2006, e inizialmente criticato dagli statunitensi, costituisce un indubbio successo per la Cina nel contesto regionale. La vivacità della politica cinese nell’Asia-Pacifico appare sempre meno compatibile con l’obiettivo degli USA di mantenere quel ruolo di guida regionale che attualmente detengono.

[1] Cfr. B. Adler, New U.S. China climate deal is a game changer.

[2] La Cina aveva già precedentemente fissato al 15% la quota di produzione di energia da fonti non fossili da raggiungere nel 2020; di conseguenza l’impegno preso con gli USA non appare quantitativamente ambizioso, poiché rispetto al precedente target si tratta di un incremento della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e dal nucleare del 5% in 10 anni. Cfr. L. Taylor, T. Branigan, US and China strike deal on carbon cuts in push for global climate change pact, The Guardian, 12 novembre 2014.

[3] Cfr. USA-Cina: sul clima un’intesa di facciata, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), 12 novembre 2014.