A vent’anni dal genocidio di Srebrenica

L’11 luglio 2015, è stato commemorato a Potočari (Bosnia Erzegovina) il 20° anniversario dell’esecuzione sommaria, nel luglio del 1995, di migliaia di bosniaci musulmani atti alle armi. Si è cioè commemorato il genocidio di Srebrenica.

Il numero delle vittime di tale esecuzione non è stato accertato in modo preciso e univoco nelle sentenze del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia (TPIY) che se ne sono occupate: la sentenza Krstič (2004) che ha accertato in modo approssimativo fra 7.000 e 8.000 vittime, la sentenza Popovič (2010) che parla di alcune migliaia di vittime di cui 5.336 identificate nelle fosse comuni come appartenenti al gruppo di Srebrenica. È tuttavia un fatto processualmente accertato nelle due summenzionate sentenze, come nella sentenza della Corte internazionale di giustizia (CIG) del 2007 (mentre quella della stessa Corte del 2015 non si occupa dei fatti di Srebrenica), che in alcuni giorni a partire dall’11 luglio 1995, migliaia di uomini e ragazzi bosniaci – militari, semplici civili considerati dai serbo-bosniaci in età di portar le armi –, furono espulsi con le loro famiglie da Srebrenica – enclave protetta dai Caschi blu – e, una volta separati dai loro familiari (a Potočari), furono assassinati in varie località della regione dalle forze militari della Republika Srpska, il cui Capo di Stato maggiore era Mladic, mentre Karadzic era il Presidente della Repubblica: entrambi sono tuttora sotto processo a L’Aia anche per i “fatti di Srebrenica”.

Mentre il Consiglio di sicurezza, per via del veto della Russia, ha respinto l’8 luglio scorso un progetto di risoluzione che si proponeva di qualificare i “fatti di Srebrenica” come genocidio, per le suddette sentenze del TPIY, come per quella della CIG, questi fatti criminosi rientrano nella qualificazione di genocidio secondo la Convenzione del 1948.

Del resto, come altro qualificare lo sterminio di migliaia di adulti e giovani di sesso maschile appartenenti alla comunità musulmana della Bosnia orientale, perpetrato proprio in ragione della loro appartenenza a tale comunità? Una semplice somma di omicidi quali crimini di guerra, visto che il crimine di sterminio postula il diverso contesto dell’attacco contro una popolazione civile? Non rifletterebbe certo correttamente quel che avvenne in più o meno una settimana nel luglio 1995, allorché, secondo quanto accertato dalle dette sentenze del TPIY, fu pianificata e realizzata l’esecuzione sommaria di migliaia di musulmani di sesso maschile – adulti e giovanissimi –, per lo più inermi e, in ogni caso, hors de combat, espulsi da Srebrenica conquistata dai serbo-bosniaci. Coloro che ancora hanno dei dubbi sulla qualificazione di tale esecuzione come genocidio, non potranno non prendere coscienza prima o poi del fatto che l’intento dei pianificatori ed esecutori, come affermato nelle sentenze del TPIY, era proprio quello di distruggere la comunità musulmana della regione orientale della Bosnia e al contempo di mascherare tale distruzione – agli occhi della comunità internazionale – sotto la veste di una più o meno normale… operazione di guerra.