Un veto contro Srebrenica

A nulla è servito posticipare di 24 ore la votazione in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite (NU) circa l’approvazione di una risoluzione riguardante la qualificazione del massacro di Srebrenica quale crimine di genocidio. Come annunciato, infatti, la Russia, in qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza (CdS), ha posto il veto, ex art. 27 della Carta delle Nazioni unite, alla bozza di risoluzione, bloccandone definitivamente l’adozione. La risoluzione ha ottenuto 10 voti a favore con l’eccezione di Cina, Nigeria, Angola e Venezuela che si sono astenute. Benché la Cina, altro membro permanente del CdS, si sia astenuta, il vero impedimento per l’adozione della risoluzione dell’8 luglio è stato il veto russo – come noto l’astensione di un membro permanente non avendo analogo effetto.

La bozza di risoluzione avanzata da Stati Uniti, Giordania, Lituania, Malesia, Nuova Zelanda e Regno Unito, presenta l’identificazione dei fatti di Srebrenica quale crimine di genocidio come prerequisito essenziale volto a sostenere gli sforzi che si stanno compiendo verso la riconciliazione. Preliminarmente, nella risoluzione si ricorda che la responsabilità di proteggere i civili incombe sugli Stati i quali sono tenuti a rispettare e a garantire i diritti umani sul proprio territorio. Dunque grava prima di tutto sugli Stati l’obbligo di proteggere le popolazioni dai crimini di genocidio, dai crimini di guerra, dalla pulizia etnica e dai crimini contro l’umanità. Ma gli Stati hanno anche l’obbligo di mettere fine all’impunità tramite l’apertura di inchieste sui casi di genocidio, di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra e di altre violazioni gravi del diritto internazionale umanitario, così come l’obbligo di perseguire gli autori di tali violazioni. La bozza di risoluzione ricorda il rafforzamento dell’azione degli Stati in tal senso che deriva dall’istituzione della Corte penale internazionale (CPI), ribadendo quelli che sono i principi cardine del sistema di rapporti fra CPI e Stati membri: il principio di complementarità e quello di cooperazione.

Il processo di riconciliazione nazionale così come il ristabilimento e il mantenimento della pace in Bosnia Erzegovina poggiano su un’effettiva azione di repressione condotta dal Tribunale penale per la ex Jugoslavia e dalle giurisdizioni nazionali, quali la Corte della Bosnia Erzegovina, volta a perseguire gli autori dei crimini di genocidio e degli altri crimina juris gentium.

La bozza di risoluzione insiste sul link esistente tra riconciliazione e accettazione della configurazione degli eventi tragici di Srebrenica quale crimine di genocidio; si richiede dunque, soprattutto ai dirigenti politici di tutte le parti in causa, di procedere a tale accettazione. In questo senso la bozza di risoluzione condanna gli umori negazionisti visti, da un lato, come un duro colpo agli sforzi compiuti verso la riconciliazione e, dall’altro, come una persistente ed estremamente deprecabile pena inflitta ancora oggi ai famigliari delle vittime di quel genocidio. Più volte, del resto, nella bozza si ricorda che sia il Tribunale penale per la ex Jugoslavia sia la Corte internazionale di giustizia, avendo avuto modo di esprimersi a tal riguardo, hanno qualificato le azioni di Srebrenica corrispondenti al crimine internazionale di genocidio. In particolare, la Camera di prima istanza e poi la Camera di appello del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, rispettivamente il 2 agosto 2001 e il 19 aprile 2004, nel caso Radislav Krstić, generale dell’esercito serbo-bosniaco, hanno concluso che a Srebrenica è stato commesso un crimine di genocidio. La Corte internazionale di giustizia, dal canto suo, è giunta nella sentenza del 26 febbraio 2007 nel caso della Applicazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (Bosnia Erzegovina c. Serbia) a medesime conclusioni.

«Adottare questa risoluzione al Consiglio di Sicurezza sarebbe stato controproducente e avrebbe potuto portare a maggiori tensioni nella regione»: questa la ratio del veto così come emerge dalle parole dell’ambasciatore russo alle NU, Vitaly Churkin, che ha definito la bozza «non costruttiva, aggressiva e politicamente motivata». Il governo serbo ha più volte condannato anche pubblicamente le violenze commesse a Srebrenica arrivando il 31 marzo del 2010 ad adottare la Dichiarazione sulla condanna del crimine di Srebrenica. Al punto 2 della citata Dichiarazione si legge: «The National Assembly of the Republic of Serbia most severely condemns the crime committed against the Bosniak population in Srebrenica in July 1995 in the manner established by the ruling of the International Court of Justice, as well as all the social and political processes and incidents that led to the creation of awareness that the realisation of personal national goals can be reached through the use of armed force and physical violence against members of other nations and religions, extending on the occasion condolences and apologies to the families of the victims that everything possible had not been done to prevent the tragedy». Nella stessa Dichiarazione il Parlamento serbo ribadisce il suo completo sostegno al lavoro delle autorità statali impegnate nei processi per crimini di guerra e il suo impegno alla cooperazione con il Tribunale penale per la ex Jugoslavia. Tuttavia in quella Dichiarazione, così come negli interventi pubblici di scuse alle famiglie delle vittime, il governo serbo ha sempre rifiutato tenacemente l’idea che si sia trattato di un genocidio. La posizione ufficiale del governo di Belgrado è che a Srebrenica si siano commessi certamente degli atti riprovevoli, coperti dal manto dell’interesse nazionale, ma che questi devono essere interpretati alla luce dell’esistenza di un conflitto bellico che ha visto la commissione di terribili atti da entrambe le parti. Si tratta non tanto di una questione giuridica, quanto soprattutto di una questione legata all’immagine della nuova Serbia volta a evitare che un potenziale mea culpa possa eventualmente sostenere la già accertata culpa in vigilando serba.

L’appoggio della Russia a Belgrado, infine, si inserisce in una storia millenaria di amicizia tra i russi e i serbi ma anche probabilmente in una logica di contrapposizione al blocco occidentale in seno al Consiglio di Sicurezza la quale appare chiara se si allarga l’inquadratura fino a comprendere la questione ucraina. Volendo prescindere dall’anniversario commemorativo del massacro che ricorre proprio in questi giorni (sul quale si veda, su questo blog, A vent’anni dal genocidio di Srebrenica), sicuramente si tornerà a parlare di Srebrenica nel 2017 quando il Tribunale penale per la ex Jugoslavia aprirà il processo contro Ratko Mladić, il generale accusato di aver guidato il massacro di 8.372 uomini e ragazzi musulmani nel luglio del 1995.