Uno sguardo alla conferenza di Addis Abeba: il futuro della cooperazione internazionale allo sviluppo

Sono numerosi i dubbi che sorgono analizzando il documento finale della terza conferenza sul finanziamento per lo sviluppo, tenutasi ad Addis Abeba (Etiopia), tra il 13 ed il 16 luglio scorso. L’incontro, avvenuto tra capi di Stato (tra cui il premier italiano Matteo Renzi), ministri delle finanze, degli esteri ed importanti esponenti della cooperazione internazionale, ha fatto il punto sulle diverse questioni inerenti lo sviluppo, lasciando perplessità sui risultati raggiunti dopo le aspettative rosee dei precedenti vertici. Un’analisi del documento può confermare quanto introdotto.

Va detto, innanzitutto, che la riunione africana è il terzo appuntamento dopo i precedenti vertici di Monterrey (2002) e la follow-up conference di Doha (2008). Il vertice messicano, infatti, segnò una piccola rivoluzione nella cooperazione internazionale, con l’abbandono di quelle serie di direttive di politica economica note come Washington Consensus (espressione coniata dall’economista John Williamson) che si pensava potessero costituire linee guida standard da applicare ai paesi del cosiddetto terzo mondo che si trovassero in crisi economica. Primo elemento da segnalare, tuttavia, è la somiglianza con i due documenti finali delle precedenti conferenze, ritenuti da diversi esponenti troppo vaghi e generici.

Il contesto attuale è, ovviamente, differente. Il momento viene ritenuto cruciale per il futuro della cooperazione internazionale. La crisi economica ha sensibilmente colpito i paesi che soffrivano di precarie condizioni di vita e l’adozione della nuova agenda post 2015 da parte delle Nazioni unite (dopo la fine del periodo degli Obiettivi di sviluppo del millennio) è un turning point fondamentale, a cui continuamente il documento rinvia. Le aree tematiche trattate sono le più diverse e procedere secondo un ordine schematico potrebbe facilitare la lettura di quest’analisi.

Innanzitutto, i cosiddetti “Stati fragili” o “Least developed countries”: si tratta dei paesi che vivono nelle condizioni più disperate, la maggioranza di essi fa parte del continente africano e soffre della mancanza di sbocchi sul mare. Un’analisi di un ex economista della Banca mondiale, Paul Collier (autore del libro L’Ultimo Miliardo edito da Laterza nel 2009) è quanto di meglio si possa studiare per comprendere la realtà in questione. Il documento venuto fuori dalla riunione di Addis Abeba stabilisce priorità chiare: è necessario un maggiore attivismo delle organizzazioni regionali, l’adozione di politiche interne corrette (secondo il concetto di ownership nel processo di sviluppo lanciato a Monterrey) e vi è un preciso richiamo alle istituzioni di Bretton Woods (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale) affinché possano mobilitarsi per questi paesi che non risultano eleggibili per le politiche del Multilateral Debt Relief e dell’Highly Indebted Poor Countries, iniziative nate con lo scopo di combattere la problematica della sostenibilità del debito.

Una sfida di non minor importanza, tuttavia, è quella ambientale. Il richiamo all’agenda post 2015 da parte delle Nazioni unite (il prossimo settembre) e all’adozione degli obiettivi che dovrebbero essere definiti “sostenibili” è una prova lampante in tal senso. Allo stesso tempo, viene fatto riferimento ad elementi ed attori ritenuti fondamentali per la lotta alle sfide ambientali poste dal contesto attuale: la conferenza che si terrà il prossimo autunno a Parigi, il Green Climate Fund-Biodiversity e l’IRENA (Global Renewable Energy Islands Network of the International Renewable Energy Agency), con la speranza di raggiungere un ambizioso accordo nella prossima conferenza francese, dopo i passi (ancora troppo lenti) compiuti nei precedenti anni.

La parte più corposa, infine, riguarda l’analisi di questioni strettamente economiche, in cui vengono affrontate le diverse tematiche future. Alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, viene lanciata la sfida di studiare dei meccanismi di prevenzione di crisi e di ridurre i flussi finanziari illeciti. Viene fatto riferimento, poi, a due tematiche molto attuali al giorno d’oggi. In primis, la disoccupazione: è ritenuto dai protagonisti del summit africano un problema di portata enorme ed il modo di arginare questo male deve essere l’implementazione di quanto contenuto nel Global Jobs Pact dell’Organizzazione mondiale del lavoro (OIL). In secondo luogo, il tema dell’emigrazione: in controtendenza rispetto al clima politico attuale, il contributo fornito attraverso le rimesse viene ritenuto un veicolo fondamentale per lo sviluppo e la promessa di giungere entro il 2030 ad una tassazione del solo 3% sul totale trasferito nel paese d’origine costituisce l’unica misura concreta nel documento. Il resto, poi, è un elenco di sfide note al mondo della cooperazione internazionale. La necessità di rispettare la regola aurea dello 0,7% del PIL da destinare ai paesi in via di sviluppo (su cui troppi paesi sono in ritardo), rilanciare gli investimenti privati, colmare il gender gap troppo ampio in determinate aree (particolarmente nel continente africano), rivedere l’operato delle istituzioni di Bretton Woods, guardare con curiosità all’appuntamento turco del 2016 (World Humanitarian Summit), un riferimento ad un’azione più concreta ed efficiente delle banche di sviluppo e delle organizzazioni regionali (richiamandosi al concetto di aid effectiveness affermato nella riunione di Parigi del 2005) ed, infine, come diverse volte sottolineato nelle riunioni precedenti, l’assoluta necessità di avere meccanismi chiari e ben definiti di trasmissione dati e di follow-up per le politiche implementate.

Tra gli addetti ai lavori emerge scetticismo su quanto emerso dalla riunione africana. In particolare, Oxfam si è espressa con toni molto chiari, attraverso le parole della direttrice di Oxfam International, Winnie Byanyima: “[a]ncora oggi nel mondo una persona su sette vive in condizione di estrema povertà: il summit di Addis Abeba poteva essere l’occasione giusta per porre fine una volta per tutte a questo scandalo dedicato ai temi della sostenibilità economica e sociale. Nel corso del vertice però molti obiettivi sono scomparsi dall’agenda dei lavori: il finanziamento dei progetti di sviluppo è stato semplicemente consegnato al settore privato, senza le adeguate garanzie che tali finanziamenti siano finalizzati alla riduzione della povertà e alla promozione di uno sviluppo sostenibile”. La Direttrice, inoltre, insiste sulla necessità di raggiungere un accordo più ampio sulle questioni fiscali, in grado di combattere l’attuale elusione che affligge i processi di sviluppo. Come detto per i redattori del documento finale, anche lei rimanda agli appuntamenti della seconda metà del 2015, cruciali per l’agenda internazionale dello sviluppo: “[i]l summit sui Sustainable Development Goals delle Nazioni unite a settembre ed il successivo vertice sul cambiamento climatico, che si terrà a Parigi (COP21), saranno due occasioni importanti per i governi per impegnarsi negli aiuti allo sviluppo e in una più equa distribuzione delle risorse per le persone più povere del Mondo. È necessario che tutti continuino questa battaglia contro un sistema iniquo che favorisce gli interessi di pochi”.

Fornire una presentazione collegata con gli altri appuntamenti, per chiarire la modalità di presentazione, è stata una scelta volta a spiegare la complicata relazione della conferenza per il finanziamento dello sviluppo con gli altri vertici del mondo della cooperazione internazionale e come il coordinamento tra i diversi attori costituisca un problema oggi enorme ed irrisolto. Tuttavia, troppi dubbi permangono. Come detto nelle prime righe, l’inizio di queste conferenze, ormai più di dieci anni fa, ha avuto il merito di lanciare nuove linee guida nell’economia dello sviluppo. Nel corso degli anni, poi, numerosi appuntamenti sono stati mancati e cambiamenti decisivi non sono avvenuti. È necessario invertire il trend attuale. Il documento di Addis Abeba, infatti, si conclude con la promessa di un nuovo appuntamento per il 2019. In quell’anno, tuttavia, saremo a quattro anni dall’adozione della nuova agenda delle Nazioni unite e molto tempo sarà passato dopo altri importanti vertici. Il timore, allora, è che anche il prossimo summit possa servire solo per riunire leaders provenienti da tutto il mondo, scattare le foto di rito e redigere un documento in cui si sottolinea, ancora una volta, che dei progressi sono stati fatti ma che la strada del cambiamento è ancora lunga, tortuosa e piena di speranze.