Fine del quindicennio di sviluppo: analisi sugli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite

È ufficialmente terminato il quindicennio di sviluppo inaugurato dalle Nazione Unite nel 2000. Proprio in quell’anno, infatti, nel Millennium Summit tenutosi tra il 6 e l’8 settembre l’Assemblea Generale adottò gli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG, Millennium Development Goals) attraverso la Dichiarazione del Millennio. Con quest’ultima, infatti, l’AG si impegnava a raggiungere entro il 2015 traguardi ambiziosi, di seguito elencati:

1 – sradicare la povertà estrema e la fame;

2 – rendere universale l’istruzione primaria;

3 – promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne;

4 – ridurre la mortalità infantile;

5 – ridurre la mortalità materna;

6 – combattere l’HIVD/AIDS, la malaria ed altre malattie;

7 – garantire la sostenibilità ambientale;

8 – sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo.

Quel lungo periodo è terminato. Ogni anno le Nazioni Unite hanno pubblicato un Report all’interno del quale vengono mostrati i progressi fatti e la strada da percorrere per avvicinarsi a quanto prefissato. Lo scorso luglio, infine, è stato pubblicato l’ultimo Report su quanto compiuto in questo quindicennio, prima dell’adozione della nuova agenda dello sviluppo, adottata lo scorso settembre.

Cos’hanno raggiunto, allora, gli obiettivi di sviluppo del millennio 2000? La comunità internazionale ha mantenuto quanto promesso e stabilito? Il documento pubblicato lo scorso luglio esamina nel dettaglio l’operato dell’ultimo quindicennio, sottolineando risultati ottenuti e debolezze. Un’analisi per singolo obiettivo risulta la metodologia migliore per comprendere l’operato nel suo insieme.

Nell’introduzione generale, innanzitutto, viene sottolineata l’importanza cruciale di questo disegno nato quindici anni fa. La riunione del 2000 rappresenta la nascita del più grande movimento contro la povertà mai nato e capace di salvare milioni di vite nel periodo in considerazione e pure di fornire una visione d’insieme, nonostante non siano stati totalmente raggiunti i risultati auspicati. Poi, un’analisi per singolo obiettivo permette di sviluppare una riflessione più in profondità.

1 – Sradicare la povertà estrema e la fame

Sono stati raggiunti risultati importanti in questo settore. Nel 1990, circa metà della popolazione nei paesi in via di sviluppo viveva con meno di $1,25 al giorno, mentre quella percentuale è ora drasticamente calata al 15%. Il numero delle persone, invece, che vivono in condizioni di estrema povertà è calato da circa 1,9 miliardi a 836 milioni. Inoltre, la percentuale delle persone denutrite è diminuita in maniera significativa, dal 23,3% calcolato nel biennio 1990-1992 al 12,9% nel biennio 2014-2016. Anche il gruppo delle persone della classe media con un impiego, che vivono con più di quattro dollari, è triplicato tra il 1991 ed il 2015 nei paesi in via di sviluppo.

2 – Rendere universale l’istruzione primaria

Anche qui i numeri forniscono dati importanti. Nei paesi in via di sviluppo, il tasso d’iscrizione alla scuola primaria ha raggiunto il 91% rispetto all’83% del 2000. Si calcola, poi, che il numero di persone che abbandonano il mondo dell’istruzione sia passato dai 100 milioni del 2000 ai 57 del 2015. I risultati migliori, inoltre, provengono dall’Africa Sub-Sahariana con una performance nell’ultimo quindicennio nettamente superiore a quella del decennio 1990-2000. Anche il gap tra uomini e donne, in questo settore, è diminuito.

3 – Promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne

Come anticipato dal precedente obiettivo, nel campo dell’istruzione si registrano risultati netti nell’ampia questione del gender gap. In questo settore, infatti, il target prefissato quindici anni fa inerente al tasso d’iscrizione primaria, secondaria e terziaria è stato pienamente raggiunto. Anche nel lavoro sono stati raggiunti risultati degni di nota: si pensi che la percentuale di donne che siedono in Parlamento è quasi raddoppiata nei paesi in via di sviluppo.

4 – Ridurre la mortalità infantile

La lotta per raggiungere questo delicatissimo obiettivo ha incontrato tanti ostacoli e molte debolezze permangono. I vaccini per la prevenzione del morbillo sono aumentati sensibilmente e la percentuale di bambini che muoiono prima dei cinque anni è diminuita più della metà, calando da 90 a 43 morti per 1000 bambini dal 1990 al 2015.

5 – Ridurre la mortalità materna

Dal 1990, la mortalità infantile in tutto il mondo è diminuita del 45% ed un cambiamento decisivo ha iniziato a verificarsi dal 2000. L’assistenza medica è globalmente migliorata, con maggiori visite prenatali nel Nord-Africa, come è decisamente cresciuto l’uso dei mezzi contraccettivi dal 1990.

6 – Combattere l’HIVD/AIDS ed altre malattie

I casi di infezione da HIV sono diminuiti del 40% dal 2000 al 2013, con un numero di casi stimati da 3,5 milioni a 2,1 milioni di persone. La terapia antiretrovirale è cresciuta in maniera esponenziale, evitando 7,6 milioni di morti tra il 1995 ed il 2013 così come per la malaria si stima un numero di vite salvate pari a 6,2 milioni. Infine, sono state consegnate migliaia di reti nell’Africa Sub-Sahariana per proteggere da insetti che apportano malattie endemiche e, tra il 2000 ed il 2013, si stima che interventi di prevenzione e cura contro la tubercolosi abbiano salvato 37 milioni di vite.

7 – Garantire la sostenibilità ambientale

Per quanto riguarda questo obiettivo di natura multidimensionale, restano aperte diverse ed importanti sfide, ma alcuni risultati sono stati conseguiti. Le zone marine protette sono aumentate dal 1990, il 91% della popolazione mondiale ha accesso all’acqua bonificata (paragonato al 76% del 1990) e le persone che hanno guadagnato accesso ai servizi igienici sono circa 2,1 miliardi.

8 – Sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo

L’assistenza ufficiale (ODA, Official Development Assistance) dai paesi sviluppati è incrementata del 66%, raggiungendo 135,2 miliardi di dollari, con performance migliori provenienti dai paesi scandinavi e dal Regno Unito. Dal 2015, il 95% della popolazione mondiale gode di un segnale per la linea telefonica ed il numero delle persone che posseggono un cellullare è cresciuto dieci volte tanto, dai 738 milioni nel 2000 ad un numero superiore ai 7 miliardi nel 2015. La percentuale di persone che godono di accesso ad internet è cresciuta dal 6% al 43% della popolazione mondiale. Come risultato, 3,2 miliardi di persone sono oggi globalmente collegate in rete.

La prima sezione del documento, indicata come “overview” si conclude mettendo in evidenza le debolezze e le sfide cruciali per il futuro. Il gap tra le diverse parti del mondo è ancora troppo evidente e alcune zone sono nettamente indietro, così come le differenze di genere sono la tematica in cui si registrano numerose sconfitte, dall’accesso al mondo del lavoro al livello salariale. Per menzionare un problema più che mai attuale, i conflitti restano tra le più gravi minacce allo sviluppo: si calcola alla fine del 2014, infatti, che circa 60 milioni di persone hanno dovuto abbandonare la propria terra natia, il più alto numero mai registrato dalla Seconda guerra mondiale; se costituisse uno Stato, formerebbe la ventiquattresima potenza al mondo, per rendersi conto delle proporzioni del fenomeno. Il messaggio conclusivo, infine, è pieno di buoni auspici per il futuro: il 2015 è un turning point per proseguire sulla scia dei successi e combattere le sfide attuali, attraverso il più grande movimento di lotta per assicurare un futuro sostenibile a tutti.

Sono emersi, tuttavia, diversi contrasti tra noti economisti sugli obiettivi di sviluppo del millennio e l’operato delle Nazioni Unite in questo settore, dando vita ad un dibattito vivace. L’economista Jeffrey Sachs, tra i maggiori esperti in materia e special adviser per le Nazioni Unite sui MDGs, si è sempre espresso in maniera ottimistica sulle ambizioni della comunità internazionale in tema di sviluppo, una visione che trova il suo più importante manifesto nel volume La fine della povertà. Come i paesi ricchi potrebbero definitivamente eliminare la miseria dal pianeta (Mondadori, 2005). Diversi economisti, invece, non hanno condiviso l’impostazione base del sistema onusiano in materia e criticato il pensiero di Jeffrey Sachs. In principio, infatti, essi sostengono che siano stati formulati degli obiettivi irrealistici alla base, impossibili da raggiungere e con un’azione negativa in termini d’incentivi per l’insieme dei paesi in via di sviluppo. Tra i protagonisti di queste vivaci critiche, dando origine ad un curioso botta-e-risposta con il collega Sachs, c’è l’economista William Easterly. Con un articolo dal titolo How Millennium Development Goals are Unfair to Africa? veniva sottolineato come il continente venisse gravemente penalizzato dalla macro-formulazione degli obiettivi di sviluppo, lontani dal trovare una soluzione reale ai problemi più importanti del continente. Nel suo più celebre volume I disastri dell’uomo bianco. Perché gli aiuti dell’Occidente al resto del mondo hanno fatto più male che bene (Mondadori, 2007), denunciando duramente l’operato di diverse istituzioni che formano l’architettura internazionale allo sviluppo, riprende diversi passaggi del collega Sachs, fornendo prove empiriche con l’obiettivo di falsificare le teorie dell’economista di Detroit. Tra i maggiori casi presentati, emerge in particolare il j’accuse verso l’operato sulle questioni HIV/AIDS da parte di Nazioni Unite e Banca Mondiale e l’installazione delle reti per proteggere da insetti e zanzare portatori di malattie, illuminando zone oscure nell’operato delle istituzioni internazionali. Il dibattito, poi, è proseguito con toni vivaci, anche con la pubblicazione dell’interessante volume della giornalista Nina Munk dal titolo The idealist Jeffrey Sachs and the Quest to end Poverty, a supporto dell’economista William Easterly. In direzione diversa, invece, con l’articolo The Man without a Plan, dai toni più moderati, il premio Nobel Amartya Sen ha provato a collocarsi in una posizione meno estrema con spirito critico verso entrambe le tesi.

Decifrare la verità non è semplice. Rapportare questa polemica di natura politico-economica con i dati menzionati può essere utile a fare luce in un quadro oscuro. Le prove empiriche presentate da Easterly nei contributi citati mettono certamente in evidenza politiche errate di cui la comunità internazionale è stata protagonista. Come, seguendo un’interpretazione alla lettera, gli obiettivi di sviluppo del millennio hanno fallito le ambizioni macroscopiche che si erano poste. Tuttavia, come testimoniato dai numeri riportati per ogni singolo obiettivo, sono stati raggiunti risultati degni di nota e non si sa quale situazione ci troveremmo oggi a commentare senza questo disegno e l’operato dell’ultimo quindicennio. Certamente, infatti, criticare politiche in tema di sviluppo non è piacevole. Citando lo stesso Easterly (The Aid Debate is Over): “I take no pleasure in the defeat of Sachs’ big ideas, especially since this failure involves the suffering of those who were the subjects of the Millennium Villages experiment”. L’augurio, allora, è un semplice incontro tra le due correnti di pensiero per il prossimo quindicennio: vuol dire che ci troveremmo a commentare ben altri risultati.