Cos’è l’Intergenerational Divide? Uno sguardo ai dati Eurostat per capirlo

Segnali di timida ripresa. Quante volte queste parole sono state pronunciate dai media e scritte dai giornali per descrivere la situazione economica europea, ed in particolar modo italiana. Tradizionalmente, uno degli indicatori a cui si guarda per analizzare la performance economica di un paese è la disoccupazione (il cui tasso è misurato come la percentuale delle persone che cercano lavoro sulla forza lavoro totale della popolazione). Cosa sta accadendo in Europa? Ci si può fidare di questa timida ripresa?

Per rispondere, risulta utile analizzare quanto pubblicato dall’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat, una direzione generale della Commissione) che raccoglie ed elabora dati degli Stati membri dell’Unione a fini statistici. Come anticipato, i segnali di ripresa sono lampanti ed evidenziati dagli ultimi dati, sebbene timidi e privi di una forza propulsiva verso il benessere pre-crisi. Basti penare, però, che da settembre a ottobre 2015 il numero dei disoccupati è diminuito di 36.000 unità nei ventotto paesi membri dell’Unione e di 13.000 in quelli facenti parte dell’area euro. Dato ancora più importante: rispetto ai livelli registrati lo scorso anno (ottobre 2014), il numero dei nuovi occupati è pari a 1.942.000 nell’Unione dei ventotto e 1.302.000 se si considerano i paesi dell’area euro. Il tasso di disoccupazione, conseguenzialmente, è calato dall’11,5%  del novembre 2014 al 10,5% del novembre 2015. Ovviamente, permangono alti tassi nei paesi dell’Europa meridionale (Grecia 24,6% e Spagna 21,6%).

Una panoramica più ampia, prima di concentrarci sulle critiche ed il vivo dibattito in corso, può essere ottenuta guardando al trend generale degli ultimi anni, segnati dalla profonda crisi economica. Come lo stesso rapporto pubblicato da Eurostat dimostra, dall’inizio del 2005 fino al 2008 l’Unione ha assistito ad un costante declino della disoccupazione (raggiungendo un tasso del 6,8%), prima della brusca impennata con un tasso del 9,7% nel 2010 e colpendo più di 6.6 milioni di persone. Il tragico record, poi, è stato toccato nel 2013, con un tasso del 10,9% che interessava circa 26.4 milioni di persone. Va sottolineato, inoltre, che il trend seguito dai ventotto paesi dell’Unione è simile a quello dei paesi dell’area euro.

Lo sguardo, poi, va posto su coloro che più hanno pagato e stanno pagando quello che è quasi certamente il più grande problema economico dell’Unione: i giovani. Generalmente, i tassi di disoccupazione giovanile sono molto più elevati del tasso normale, arrivando al doppio o anche più di quest’ultimo. A testimonianza di ciò, basta osservare il trend in risalita registrato dal 2008 al 2013, anno in cui si è toccato il record del 23,8%, sempre tenendo presente, tuttavia, che ci riferiamo a statistiche di livello europeo (se ci concentrassimo sui dati provenienti dai paesi più colpiti, come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, le cifre sarebbero ancor più drammatiche). Ovviamente, poi, il discorso andrebbe anche allargato alle singole politiche nazionali inerenti il mercato del lavoro in rapporto con il contesto europeo, l’adozione della moneta unica ed aprire un dibattito sul change over europeo, espressione con cui si intende tutta la fase preparatoria politico-economica alla moneta unica. La maggior parte degli economisti è in disaccordo tra loro. In questa sede, pertanto, sarebbe fuorviante deviare su questa tematica.

Quel che conta, invece, è concentrarci sul dibattito a livello europeo inerente strettamente l’argomento trattato prima di concludere. Come sottolinea il think tank Bruegel, in una lucida analisi apparsa il 16 dicembre 2015, i macro-errori compiuti sono stati tre.

In primis, la gestione macroeconomica del fenomeno. La Banca centrale, grazie all’attivismo del presidente Mario Draghi, ha iniziato una politica interventista nel luglio 2012 con il programma Outright Monetary Transactions (OMT), quando le condizioni finanziarie di diversi paesi si erano già diversificate ed alcuni erano già ai margini del mercato. In secondo luogo, un’errata spesa pubblica di diversi paesi durante la crisi, poco lungimirante e a detrimento dei giovani. Il calo registrato nella spesa pubblica in istruzione e salute costituisce una prova lampante, da cui sarebbe necessario aprire un dibattito sul sistema di welfare europeo, in termine di politiche sociali nel mercato del lavoro. Infine, le riforme dei sistemi pensionistici hanno finito con l’aumentare quello che il think tank definisce l’“intergenerational divide”, con il carico contributivo che nel futuro sarà sempre più sopportato dalle giovani generazioni.

Le soluzioni proposte da quest’ultima analisi sono ampiamente riformiste, forse troppo progressiste in un contesto ancora ampiamente conservatore. A detta del think tank belga, affrontare la questione “intergenerational divide” dovrebbe costituire la priorità di Bruxelles, attraverso una nuova politica economica, diversa da quella che, dati alla mano, non ha fornito la necessaria forza propulsiva per reagire alla crisi economica, al di là di ideologie e teorie che ognuno può sposare. Coordinamento tra le politiche fiscali e uno schema assicurativo sulla disoccupazione a livello europeo sono le prime proposte, fino a una riforma armonizzata del mercato del lavoro a livello europeo. Tagliare le spese pubbliche improduttive e ridurre il carico pensionistico sulle giovani generazioni sono i punti conclusivi dell’analisi.

Quel che è certo, tuttavia, è che qualcosa va assolutamente fatto. La ripresa, come anticipato in apertura, appare timida ma ancora non all’altezza di un ritorno ai livelli pre-crisi. Tantissimi giovani sono costretti ad un lungo precariato una volta terminati gli studi che finisce per sacrificare le ambizioni professionali e le carriere di chi meriterebbe certamente maggiori chances. La congiuntura economica, tuttavia, appare favorevole, sebbene artificiale. Che significa artificiale? I tassi di crescita (specialmente nell’Europa del Sud) sono ancora bassi, nonostante una iniezione di liquidità (quantitative easing) della BCE mai vista precedentemente, che ha determinato un abbassamento a livello minimo dei tassi d’interesse ed ha innescato il conseguente fenomeno economico-monetario della trappola della liquidità. Cosa servirebbe, allora? Una vasta corrente di economisti, appartenenti alla tradizionale corrente keynesiana, sostiene che un incremento della spesa pubblica sia un’alternativa valida, per stimolare la domanda aggregata ed aumentare la ripresa nei paesi ancora sofferenti dalla crisi. Pensiamo all’Italia, un esempio vicino: nonostante i segnali positivi, il livello di investimenti è calato del 28% dal 2008, anno in cui era già da alcuni considerato scarso.

Qual è il rischio di una mancata reazione e di una ripresa timida? È normale porsi questa domanda. Per rispondere con la voce di autorevoli economisti, Larry Summers, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, ha coniato l’espressione “Secular Stagnation”. Con tale concetto, nella sua analisi, l’economista americano (seguito da altri, in primis il Nobel Paul Krugman) pone fortemente l’accento sui pericoli di una mancata forte ripresa dati i bassi livelli di crescita economica, in particolar modo a livello europeo, nonostante una politica monetaria fortemente espansiva. Un pericolo, considerata l’interconnessione globale del sistema economico in cui viviamo.

Sulla base di questo, i limiti di una politica monetaria espansiva, quale quella che si sta osservando oggi, sono stato analizzati con dovizia di particolari da celebri economisti, in un ebook dal titolo Secular Stagnation: Facts, Causes and Cures, una raccolta di saggi curata da Coen Teulings e Richard Baldwin in cui vengono spiegati i pericoli dell’attuale congiuntura internazionale.

Quel che appare certo è che l’attuale conservatorismo non è più sostenibile, per la vita di intere generazioni segnate da scelte politiche discutibili, per non avere la presunzione di definirle errate.

Quel che appare strano, e che suscita un certo timore, sono le parole dell’ex primo ministro lussemburghese Jean-Claude Junker, apparse su un recente articolo del Sole 24 Ore: “Sappiamo tutti cosa fare; quello che non sappiamo è come farci rieleggere dopo che l’abbiamo fatto”.