Nauru “isola della disperazione”: il rapporto di Amnesty International condanna la politica migratoria australiana

“La Convenzione sui rifugiati del 1951 protegge il diritto di chiedere ed ottenere asilo, un diritto che riguarda bambini, uomini e donne che fuggono da persecuzioni o altre gravi violazioni dei diritti umani. Tuttavia, l’attuale politica del Governo australiano prevede che nessun individuo che entri in Australia via mare in cerca di asilo potrà mai stabilirsi nel Paese”. Comincia così il report pubblicato da Amnesty International lo scorso 17 ottobre intitolato The Island of Despair, che in 64 pagine esamina le maggiori criticità delle politiche di asilo vigenti in Australia.

Sotto la lente d’ingrandimento dell’ONG vi sono in particolare i rapporti di Canberra con l’isola di Nauru, situata nel Pacifico, diverse centinaia di kilometri a Nord-Est dell’Australia ed usata da quest’ultima come sito di “esternalizzazione” dei migranti. L’approccio australiano verso i richiedenti asilo consiste nell’impedire che chiunque non in possesso di un visto o di un permesso di qualche genere possa entrare nel Paese. Semmai, dopo essere stati intercettati in alto mare, i migranti vengono dirottati proprio verso Nauru, dove trovano alloggio presso campi le cui condizioni sono oggetto della dura reprimenda di Amnesty International. Il mantra è così la deterrenza: adottare misure – anche estreme – nei confronti dei richiedenti asilo che possano dissuadere ogni individuo che stesse anche solo pensando di intraprendere il lungo e doloroso viaggio verso le sponde australiane dal mettere in pratica il suo piano. Colpire pochi per educarne molti.

L’Australia non è nuova a politiche di questo genere. Nel 2001 venne lanciata la “Pacific Solution”, un piano per “esternalizzare” i rifugiati in Papua Nuova Guinea e Nauru. In 7 anni apposite strutture costruite nei due Paesi ospitarono 1.637 persone, al 70% delle quali fu alla fine riconosciuto lo status di rifugiato (fonte governativa). Nel 2008, dopo che prove consistenti sui maltrattamenti subiti dai richiedenti asilo vennero alla luce – e grazie anche all’azione intrapresa dal nuovo governo – la “Pacific Solution” venne archiviata. Nel 2012 fu tuttavia varata la nuova linea australiana, di fatto analoga alla precedente. Questa deterrenza estrema, in base a quanto più volte dichiarato dal governo, ha l’obiettivo di impedire che centinaia di richiedenti asilo possano salpare alla volta dell’Australia su barconi fatiscenti, mettendo a rischio la propria vita. Emblematico il poster – tradotto peraltro in diverse lingue e per questo rivolto a potenziali richiedenti asilo di varie nazionalità – che il governo ha prodotto come parte della sua lotta all’immigrazione e che recita: “No way. You Will not make Australia Home”. Ma secondo Amnesty International “nessuno Stato può giustificare le crudeltà e gli abusi con la volontà di ridurre il numero di morti”.

Al di là delle giustificazioni addotte, sono diverse le criticità evidenziate dal sistema di accoglienza australiano in relazione agli obblighi di diritto internazionale del Paese. Una su tutte: i respingimenti in alto mare non permettono ai migranti di veder correttamente valutate le proprie istanze di asilo. Che il Governo dell’isola di Nauru sia responsabile per ciò che accade sul proprio suolo è lapalissiano. Ma è altrettanto scontato che l’Australia possa essere ritenuta colpevole in maniera diretta degli abusi documentati dal rapporto di Amnesty International, sotto due aspetti in particolare. Il primo riguarda il principio di non refoulement, sancito dall’art. 33 della Convenzione del 1951 sui rifugiati e in base al quale nessuno Stato può espellere o respingere un rifugiato verso le frontiere dei luoghi dove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, della sua religione, della sua nazionalità, della sua appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche. Il principio impone peraltro anche che la verifica delle condizioni alle quali sarebbe sottoposto un individuo qualora fosse trasferito in un secondo Paese venga operata caso per caso. Il suddetto principio, peraltro, è oramai ritenuto, almeno in parte, oggetto di una norma di diritto internazionale generale, forse perfino di ius cogens (oltre a derivare dall’art. 3 della CEDU, di cui evidentemente l’Australia non fa parte).

Il secondo aspetto riguarda la massiccia e comprovata presenza di agenti del Governo australiano sul suolo della piccola isola e la cui condotta è direttamente imputabile al Paese di appartenenza. In sostanza, è evidente che il test per stabilire qualora il Governo australiano sia direttamente responsabile delle sorti dei richiedenti asilo non consista tanto nel determinare se questi ultimi si trovassero o meno sul suolo australiano al momento delle violazioni subite, ma se Canberra esercitasse un potere ed un controllo effettivo su tali individui. Tale principio fu ribadito anche  dall’UNHCR nel suo parere consultivo sulla nozione del principio di non refoulement all’interno della Convenzione del 1951 ed il relativo Protocollo del 1967. In ogni caso, qualora l’Australia non soddisfacesse tali requisiti, sarebbe comunque evidente quantomeno una sua responsabilità congiunta nelle violazioni.

Una volta stabilita con certezza la responsabilità diretta del governo australiano per ciò che riguarda le condizioni dei richiedenti asilo ospitati a Nauru, la dettagliata descrizione del sistema di abusi perpetrato dalle autorità australiane e nauruane contenuta nel report mette in risalto diverse violazioni dei diritti umani. Tra queste: quelle al principio del non refoulement, al diritto alla vita, alla libertà, all’uguaglianza di fronte alla legge e ad un equo processo, all’educazione, alla vita familiare e alla richiesta di asilo. Tutti diritti sanciti da trattati internazionali firmati e ratificati dall’Australia, come, fra gli altri, il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la citata Convenzione relativa allo status dei rifugiati. Ma l’accusa forse più grave che l’ONG muove all’indirizzo del Paese in questione è che tali violazioni non sono dovute a negligenze di qualche tipo, bensì costituiscono parte integrante della sua politica nei confronti dei migranti. Politica che ha come obiettivo primario quello di scoraggiare i potenziali richiedenti asilo dall’intraprendere il viaggio verso il Paese, piuttosto che offrire asilo a coloro i quali siano in possesso dei giusti requisiti.

Oltre a raccomandare l’immediata cessazione della politica australiana, Amnesty International esprime nel rapporto anche una certa preoccupazione che questa possa assurgere a pericoloso modello da emulare per altri Paesi. L’invito è semmai quello di creare corridoi umanitari che possano permettere l’arrivo in tutta sicurezza dei richiedenti asilo sulle coste australiane, dove le loro istanze potranno essere poi valutate. Soltanto qualora queste raccomandazioni avessero un seguito, i diritti dei migranti saranno realmente rispettati e l’Australia avrà tenuto fede agli obblighi in materia di diritto internazionale.