Transizione democratica, good governance e protezione dei diritti umani. Da dove riparte lo Zimbabwe dopo Mugabe?

Dopo le dimissioni del Presidente Mugabe, lo Zimbabwe ha ereditato numerose sfide di politica interna che attendono di essere affrontate in vista della prossima transizione politica.

Mentre, nei giorni scorsi, lo Zimbabwe assisteva a un presunto colpo di Stato manu militari contro il proprio Presidente Robert Mugabe, l’Unione Africana (UA), in coro con il Segretario generale delle Nazioni Unite António Gutierres, rispondeva sollecitando una transizione democratica nel Paese. Oggi, con la nomina ad interim dell’ex Vicepresidente Mnangawa, il Paese sudafricano si avvia ufficialmente ad affrontare questa inedita pagina della sua breve vita politica. Infatti, Robert Mugabe aveva ricoperto la carica di Presidente del Paese per 30 anni, dopo esserne stato Primo Ministro sin dal processo di decolonizzazione, nel 1980. Una vita politica notevolmente longeva, che ha portato Mugabe stesso a soprannominarsi il Grand Old Man della politica africana.

Persona non grata nell’UE e negli USA dal 2002, negli ultimi anni Mugabe è stato oggetto di contestazioni crescenti da parte dei propri concittadini, reo di aver innescato un’iperinflazione senza precedenti (che, nel 2009, ha svalutato la valuta locale al punto da costringere lo Zimbabwe alla dollarizzazione della propria economia) e assicurato una tutela sempre minore dei diritti umani fondamentali nel Paese. In particolare, l’ultimo rapporto di Human Rights Watch è esplicativo della catena di eventi che ha condotto lo Zimbabwe al baratro economico e sociale. Nell’introduzione del comunicato, si legge che: «During 2016, the government of President Robert Mugabe intensified repression against thousands of people who peacefully protested human rights violations and the deteriorating economic situation. It disregarded the rights provisions in the country’s 2013 constitution, and implemented no meaningful human rights reforms. Police abuse increased, and there was excessive use of force to crush dissent. Human rights defenders, civil society activists, journalists, and government opponents, were harassed, threatened or faced arbitrary arrest by police. Widespread impunity continues for abuses by police and state security agents».

Questo porta a chiedersi come lo Zimbabwe si stia affacciando alla prossima transizione politica e quali sfide continuino a incombere sulla rule of law e sulla protezione dei diritti umani nel Paese. Tali tematiche sono strettamente interconnesse nell’ambito della realtà zimbabweana. Basti pensare alle sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dal partito di maggioranza presieduto da Mugabe (lo ZANU-PF) nei confronti di esponenti dell’opposizione. Infatti, episodi di torture, uccisioni, rapimenti e detenzioni forzate si sono verificati a più riprese in Zimbabwe, sia in occasione di alcune manifestazioni antigovernative organizzate dai rappresentanti dell’opposizione (l’ultima nel settembre 2016), che durante la fase pre-elettorale delle votazioni politiche del 1999 e del 2008. Particolarmente in quest’ultima occasione, l’UA denunciò torture e uccisioni diffuse ai danni di membri dell’opposizione e della società civile senza, tuttavia, imporre ai danni del Paese sanzioni di natura economica, politica o commerciale (come, invece, avvenne in risposta alla crisi in Burundi nel 2015), nei termini dell’art. 23.2 del proprio atto costitutivo.

I timori di un colpo di Stato espressi dall’UA in reazione al sospetto arresto di Mugabe per mano della Zimbabwe Defence Force sono stati allontanati, nell’arco di pochi giorni, dalle dimissioni dello stesso Capo di Stato, accolte dallo stesso Presidente dell’UA, Moussa Faki Mahmat, come una ‘peaceful transfer of power’. Le iniziali perplessità espresse dall’UA hanno anche messo in luce gli attori e gli strumenti che possano garantire una transizione «that promotes democracy and human rights, as well as the socio-economic development of Zimbabwe». Uno di questi strumenti è la Carta Africana sulla Democrazia, Elezioni e Governabilità (ACDEG), adottata dall’UA nel 2007 per garantire elezioni politiche che siano «regular, free, fair and transparent» negli Stati membri. Nonostante questo strumento non sia stato firmato dallo Zimbabwe, l’art. 3.10 dell’ACDEG richiama «the condemnation and total rejection of unconstitutional changes of government», un principio ufficialmente avallato dai membri della Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (SADC), tra cui lo Zimbabwe stesso.

Così come successo nel 2008, la SADC, in virtù della sua missione di promozione di «common political values […] which are transmitted through institutions that are democratic, legitimate, and effective». è attualmente in prima linea per monitorare, in concerto con l’UA, il processo di transizione in Zimbabwe, grazie anche alle cordiali relazioni bilaterali che il proprio chairman, il Presidente sudafricano Jacob Zuma, ha contribuito a instaurare tra i due Paesi.

Un altro strumento chiamato in causa dall’UA per indirizzare i recenti sviluppi nello Zimbabwe è la Costituzione del 2013, la quale fornisce le garanzie di elezioni «pacific, free and fair» e che, per la prima volta, trova nei «fundamental human rights and freedom», nella supremazia della rule of law della good governance i propri principi fondanti. Ciononostante, la Presidenza di Mugabe è spesso finita sotto la lente degli osservatori internazionali, non solo per le diffuse e ripetute violazioni dei diritti umani contro gli avversari politici dello Zanu-PF (come descritto in precedenza, anche in fase pre-elettorale), ma anche per sospette ingerenze e pressioni nei confronti della sfera giudiziaria. L’art. 87 della Costituzione prevede la limitazione dei diritti umani fondamentali – tranne alcuni, tra i quali il  diritto alla vita e il diritto a non subire trattamenti crudeli, disumani o degradanti in situazioni di «public emergency», invocabile, ai termini dell’art. 113.1, dal Presidente in persona. Per tale motivo, lo Zanu-PF ha talvolta minacciato di utilizzare questo strumento in risposta ad alcune violente escalations di manifestazioni contro il governo, che i sostenitori dell’opposizione hanno organizzato con frequenza crescente nel corso degli ultimi anni.

Ad avere giurisdizione sulla validità e durata dello stato di emergenza è incaricata, ai termini dell’art. 113.7, la Corte Costituzionale zimbabweana. Tuttavia, l’indipendenza dell’apparato giudiziario dalla sfera politica è stata quantomeno messa in discussione da un emendamento alla Costituzione proposto dall’Assemblea Nazionale e approvato dal Parlamento nel luglio 2017, secondo cui il Presidente può unilateralmente nominare i componenti della stessa Corte Costituzionale.

Così come già indicato da alcuni gruppi civici zimbabweani all’alba delle elezioni politiche del 2011, l’UA dovrebbe porsi la sfida di spingere i propri Stati Membri a rispettare specifici «standards for democracy, good governance, human rights and development». In più occasioni, l’UA si è servita delle disposizioni contenute nella Carta di Banjul sui Diritti dell’Uomo e dei Popoli (ACHPR) per condurre fact-finding missions in Zimbabwe. Tuttavia, tali missioni esplorative hanno sempre incontrato una chiara avversione da parte del governo e, come in occasione di un’investigazione condotta nel 2009 da uno Special Rapporteur sulla situazione delle internally-displaced persons nel Paese, si sono spesso risolte con un nulla di fatto. Dunque, è facile intuire perché tali standard, che andrebbero indicati dall’Assemblea dell’UA, potrebbero costituire un metro di giudizio uniforme in merito alle politiche interne di ciascuno Stato Membro.

Tuttavia, in primo luogo, è lo Zimbabwe stesso che deve tornare a dar voce al proprio popolo, attraverso elezioni libere come quelle che, nel 1980, inaugurarono l’indipendenza del Paese. In occasione della sua nomina a Presidente ad interim, Mnangawa ha plaudito i cittadini dello Zimbabwe per avere fornito una dimostrazione di “unfolding full democracy” e ha garantito loro la possibilità di votazioni “free and fair” del Capo di Stato già nella primavera del 2018. Nonostante molte ombre continuino ad aleggiare su una realtà politica plasmata a immagine e somiglianza del proprio leader (lo stesso Mnangawa non ha nominato alcun membro dell’opposizione nella propria squadra di ministri), i cittadini, con l’avallo del monitoraggio regionale e internazionale e di un agguerrito attivismo sul fronte dell’opposizione, hanno adesso la possibilità di credere in una nuova rivoluzione, questa sì, democratica.